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Apprendistato, l’anno della svolta?

Se due indizi fanno una prova, quest’anno sarà l’anno dell’apprendistato. Certo, i dati relativi al 2015 non sono incoraggianti. Secondo l’osservatorio sul precariato INPS , nel periodo gennaio-novembre 2015, rispetto al corrispondente periodo del 2014, c’è stata una contrazione del 20% delle assunzioni con contratto di apprendistato. Eppure, stiamo parlando dell’unico contratto a carattere formativo attualmente previsto nel nostro ordinamento giuridico. Ciononostante, le ragioni per essere ottimisti non mancano: la legge di stabilità 2016, data la scarsità di risorse disponibili, ha imposto una rimodulazione light dell’incentivo contributivo per le nuove assunzioni. Siamo passati da un esonero contributivo totale e triennale dei contributi a carico del datore di lavoro, ad uno biennale e limitato al 40% dei contributi c/ditta. Forse ad orientare la scelta del Parlamento sarà stato il desiderio di favorire il contratto di apprendistato. Di certo, li avrà spinti un’ulteriore considerazione: gli incentivi all’occupazione devono rappresentare un intervento “spot” e non assumere un carattere strutturale. Meglio ridurre in modo definitivo il cuneo fiscale e contributivo che affannarsi a progettare ogni anno un incentivo all’occupazione che soddisfi gli stringenti parametri imposti da Brussels.

Negli ultimi anni il contratto di apprendistato ha sofferto molto la concorrenza di altre forme incentivate di inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro. Sotto questo profilo, non ha giovato la scelta di percorrere una pluralità di strade, piuttosto che focalizzarsi su quelle già esistenti. Il risultato? Una gran confusione che ha finito per penalizzare l’unico strumento su cui valeva la pena investire fin da subito. L’apprendistato, appunto. Basti pensare che anche i tirocini di inserimento e reinserimento lavorativo hanno contributo a cannibalizzare l’apprendistato, mettendolo all’angolo ed etichettandolo come ultima alternativa da prendere in considerazione.

Valutare l’opportunità di stipulare un contratto di apprendistato sulla base del solo abbassamento del costo del lavoro, riducendo il tutto al risparmio che il datore di lavoro ne ricaverebbe rispetto ad altre forme di assunzione, rischia di alimentare quella confusione che da sempre avvolge l’apprendistato. Nelle intenzioni del compianto prof. Biagi, il contratto di apprendistato doveva favorire, per migliaia di giovani, la difficile transizione dal mondo della formazione a quello del lavoro. Fino a quando commetteremo l’errore di limitare le nostre considerazioni al solo costo del lavoro, l’apprendistato continuerà ad essere un oggetto misterioso. Inutile fare raffronti con l’esperienza tedesca, se di quell’esperienza ci limitiamo a considerare solo il numero di contratti di apprendistato attivati. Nel paese della cancelliera Merkel, scuola ed imprese dialogano senza soluzione di continuità per individuare i profili professionali di cui le aziende hanno bisogno. La formazione, in altre parole, è cucita su misura delle esigenze espresse dalla domanda di lavoro. In Italia, salvo poche eccezioni, questi due mondi non dialogano tra loro.

È del tutto evidente che una tale osmosi non la si crea in una notte, ma attraverso un percorso che, inevitabilmente, richiede tempo, pazienza e disponibilità al dialogo da parte di tutti gli attori coinvolti. L’occupazione, specie quella giovanile, non nasce da leggi e decreti, ma da scelte politiche lungimiranti. Fino a quando l’obbligo formativo posto in capo al datore di lavoro sarà considerato un fardello dal peso insostenibile, l’apprendistato avrà poche possibilità di affermarsi. È l’obbligo formativo a giustificare il sotto inquadramento e la contribuzione ridotta, ma è profondamente sbagliato pensare di aggiudicarsi questi incentivi senza trasferire competenze al giovane lavoratore. In altre parole, occorre un cambio culturale che ponga al centro dell’attenzione la formazione dei giovani. È questo il principale investimento su cui devono puntare le nostre aziende per essere competitive in un mercato globale.
Ad alimentare l’ottimismo per un rilancio dell’apprendistato contribuiscono due ulteriori considerazioni: bene ha fatto il Legislatore ad estendere ai beneficiari di un trattamento di disoccupazione e a prescindere dai requisiti anagrafici, la possibilità di essere assunti con un contratto di apprendistato professionalizzante. Su questo fronte, tuttavia, si attendono con impazienza chiarimenti da parte dell’istituto previdenziale e dal ministero di Via Veneto. Infine, appare condivisibile la riduzione dell’indennità mensile erogata dai fondi pubblici per chi accoglie tirocinanti nell’ambito del programma Garanzia Giovani. L’obiettivo di questo importante piano europeo è quello di contrastare la disoccupazione giovanile, non favorirla con tirocini usa e getta.

Per concludere, ricordo che il 31 dicembre scade il termine entro il quale, nelle aziende fino a 9 dipendenti, le assunzioni con contratto di apprendistato beneficiano di un’ulteriore riduzione dell’aliquota contributiva a carico del datore di lavoro. Ecco un motivo in più per volgere il proprio sguardo verso questo contratto spesso definito “a causa mista”. Non sarebbe una cattiva idea rendere definitivo questo incentivo per favorire ulteriormente l’appeal dell’apprendistato.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul bimestrale Gen/Feb 2016 del Centro Studi ANCL SU Campania “on. V. Mancini” 

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