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Controlli a distanza dopo il Jobs Act: l’importanza della policy aziendale

Controlli a distanza: via libera per smartphone, tablet e pc, ma occhio alla policy aziendale. Dubbi sulla natura dei dispositivi GPS.

La disciplina dei controlli a distanza si è arricchita di un nuovo capitolo. Quando il Legislatore del 1970 introdusse l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, smartphone e tablet non esistevano e la tecnologia GPS non era pervasiva come oggi. Negli anni settanta l’unico strumento che consentiva di esercitare controlli a distanza sull’attività dei lavoratori erano le telecamere a circuito chiuso.

In questo contesto si è inserito l’art. 23 del D.lgs. n. 151/2015 . Il Legislatore, prendendo atto del mutato contesto operativo, ha ritenuto opportuno introdurre la distinzione tra:

  1. “impianti audiovisivi e altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”;
  2. “strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze (es. badge e sistemi di rilevazione antropobiometrici).

Dal 24 settembre 2015, solo i primi necessitano di una preventiva autorizzazione sindacale (RSA/RSU) o amministrativa (DTL). Resta fermo che l’utilizzo di questi strumenti è possibile “esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale”.

Nonostante le critiche espresse da alcune sigle sindacali, la maggior parte degli operatori del settore ha accolto con entusiasmo la semplificazione introdotta. Considerata la capillare diffusione che smartphone e badge hanno nelle aziende italiane, la preventiva autorizzazione congestionerebbe inutilmente l’attività delle aziende. Per questo motivo, nessun datore di lavoro vi ha mai provveduto. La nuova disciplina, dunque, si è limitata a formalizzare una prassi ampiamente diffusa.

I dubbi sui dispositivi GPS

Riguardo i dispositivi di geolocalizzazione, sono emerse opinioni contrastanti circa la loro esatta natura. Sono strumenti di lavoro oppure dispositivi che rispondono esclusivamente ad esigenze aziendali? In attesa di autorevoli chiarimenti ministeriali, si sta consolidando la tesi secondo la quale si tratta di strumenti per rendere la prestazione e – dunque – esclusi da procedure di autorizzazione. E’ innegabile che la tecnologia GPS consente di effettuare (accurati) controlli a distanza dei lavoratori. In molti casi, l’uso di questa tecnologia risulta indispensabile. Si pensi, a titolo di esempio, agli addetti all’assistenza e manutenzione. Al riguardo, si segnala la recente posizione assunta dalla direzione interregionale del lavoro di Milano: i dispositivi GPS non possono essere distinti dall’automezzo su cui sono installati. Se l’auto aziendale è uno strumento di lavoro, lo è nella sua unicità.

L’importanza della policy aziendale

I dati raccolti attraverso tutti i dispositivi, siano essi soggetti o meno a procedure di autorizzazione, sono “utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro”. Dunque, anche per finalità disciplinari o per valutare la produttività. Tuttavia, è indispensabile garantire due condizioni:

  1. ai lavoratori deve essere data adeguata informazione circa le modalità d’uso dei dispositivi e l’effettuazione dei controlli;
  2. la raccolta, l’elaborazione e la conservazione dei dati deve avvenire nel rispetto della normativa sulla privacy ex D.Lgs. n. 196/2003;

In tal senso, appare quanto mai opportuno procedere ad un monitoraggio dei dispositivi utilizzati in azienda. Successivamente, per ciascuno di essi, occorrerà illustrare ai lavoratori il funzionamento e il tipo di controlli che è possibile effettuare. Infine, è indispensabile effettuare un periodico aggiornamento della policy aziendale per tener conto dei nuovi dispositivi introdotti o delle modifiche apportate.

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