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Convalida delle dimissioni: come procedere dopo il Jobs Act

Con l’intento di contrastare il deprecabile fenomeno delle dimissioni in bianco (ovvero la pratica di far firmare al lavoratore o alla lavoratrice una lettera di dimissioni all’atto dell’assunzione, da completare – a cura del datore di lavoro – con la sola indicazione della data), il Jobs Act ha modificato la procedura di convalida delle dimissioni e della risoluzione consensuale.

La nuova disciplina, che non è applicabile al lavoro domestico, alle dimissioni o alle risoluzioni consensuali effettuate in sede protetta o innanzi alle commissioni di certificazione e a quelle della lavoratrice madre durante il periodo di gravidanza e nei primi tre anni di vita del minore, è subordinata all’emanazione di un decreto da parte del Ministero del Lavoro entro 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto legislativo (24 settembre). A quel punto, le nuove disposizioni troveranno applicazione a partire dal 60mo giorno successivo l’emanazione del decreto ministeriale.

La convalida delle dimissioni e della risoluzione consensuale non rappresenta una novità assoluta. Il primo tentativo di disciplinare la materia risale alla legge n. 188/2007. La procedura allora prevista si dimostrò tanto complessa e contorta da suggerirne l’immediata abrogazione ad opera del D.L 25 giugno 2008, n. 112 (convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133).

Miglior fortuna hanno ottenuto le disposizioni contenute nella legge Fornero del 2012, attualmente in vigore. La norma – nel richiedere una seconda manifestazione di volontà del lavoratore, che si produce con la convalida dell’atto di recesso – sottopone la risoluzione del rapporto di lavoro ad una condizione sospensiva legata alla convalida dell’atto stesso (artt. 4 co.17 -23 L.92/2012). Preme sottolineare come la legge 92/2012 non impone – per la prima manifestazione di volontà – alcun vincolo di forma. Gli unici vincoli in tal senso sono quelli eventualmente imposti dalla contrattazione collettiva. L’attuale disciplina prevede tre, alternative, sedi di convalida: la Direzione Territoriale del Lavoro (DTL); il Centro per l’Impiego (CPI); altre sedi individuate dalla contrattazione collettiva. Un’ulteriore modalità di convalida, più semplice e largamente diffusa, è costituita dall’apposizione della firma in calce alla ricevuta UNILAV di comunicazione dell’interruzione del rapporto di lavoro effettuata dal datore entro 5 giorni dal verificarsi dell’evento.

Il Jobs Act, con il D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 151 , riscrive l’intera materia prevedendo che, a pena di inefficacia, le dimissioni e la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro sono fatte, esclusivamente con modalità telematiche, su appositi moduli resi disponibili dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali attraverso il sito www.lavoro.gov.it  e trasmessi al datore di lavoro e alla Direzione territoriale del lavoro competente per territorio. La trasmissione dei moduli può avvenire anche per il tramite dei patronati, delle organizzazioni sindacali nonché degli enti bilaterali e delle commissioni di certificazione. Entro sette giorni dalla data di trasmissione del modulo, il lavoratore ha la facoltà di revocare le dimissioni e la risoluzione consensuale con le medesime modalità.

In attesa del decreto ministeriale, ci si chiede cosa abbia spinto il Governo a modificare la disciplina vigente che, suppur migliorabile, si era ormai consolidata. Non era sufficiente predisporre, in calce alla ricevuta UNILAV, una formula di convalida predefinita da far firmare al lavoratore? Possibile che il fenomeno delle dimissioni in bianco abbia rilevanza tale da suggerire una completa riscrittura della materia? Come spesso ama ripetere il premier Renzi, speriamo sia #lavoltabuona.

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