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Illegittimo il criterio di calcolo dell’indennizzo in caso di licenziamento

La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il criterio di calcolo dell’indennizzo previsto in caso di licenziamento ingiustificato.

Nuova spallata al Jobs Act dopo quella del decreto cd “dignità” . Secondo i giudici della Consulta il criterio di calcolo dell’indennizzo, basato esclusivamente sull’anzianità di servizio, è illegittimo. Il tribunale del lavoro di Roma ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1 del d.lgs. n. 23/2015  che stabilisce in modo rigido l’indennizzo che spetta al lavoratore licenziato ingiustamente:

… due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a sei e non superiore a trentasei mensilità.

Per i dipendenti di aziende con mendo di 15 dipendenti, gli importi minimi e massimi sono dimezzati.

Secondo i giudici della Corte Costituzionale il riferimento al solo criterio dell’anzianità di servizio è illegittimo perché viola gli articoli 4 e 35 della Costituzione. Fermo restando l’importo minimo e massimo, il giudice può tener conto di altri parametri, ad esempio il carico familiare.

La platea dei lavoratori interessati da questa decisione della Consulta è quella formata da tutti coloro che sono stati assunti a partire dal 6 marzo 2015.

Per capire gli effetti di questa sentenza occorrerà attendere il deposito e la lettura delle motivazioni. Tuttavia, è possibile prevedere le principali conseguenze.

Innanzitutto, i giudici del lavoro avranno maggiore discrezionalità nel determinare l’importo dell’indennizzo. Esattamente il contrario di quanto voluto dal legislatore del Jobs Act.

La mancanza di parametri certi per il calcolo dell’indennizzo renderà aleatorio l’esito e il costo di un contenzioso. Ciò non favorirà la creazione di nuova occupazione perché chi assume desidera conoscere con esattezza il costo di un licenziamento dichiarato ingiustificato.

Cosa farà il Parlamento? Correggerà la norma? In che modo? Il rischio concreto è quello di generare ulteriore incertezza e confusione creando un regime intermedio tra la decisione della Consulta e il futuro quadro normativo.

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