Jobs Act: incentivi all'ingresso e flessibilità in uscita

Jobs Act: incentivi all’ingresso e flessibilità in uscita

Incentivi all’ingresso, flessibilità in uscita, sussidio di disoccupazione tra i più inclusivi d’Europa, nuova disciplina delle mansioni, riforma degli ammortizzatori sociali in costanza di rapporto, semplificazione delle procedure e degli adempimenti, abolizione delle co.co.pro e tanto altro ancora. Obiettivo dichiarato? Creare un quadro normativo di riferimento che favorisca gli investimenti italiani e stranieri, creando i presupposti per una crescita costante della produzione e dei consumi, riducendo ad un livello accettabile e fisiologico il tasso di disoccupazione, specie quello giovanile e del Mezzogiorno. In attesa dei numerosi decreti attuativi previsti per rendere pienamente operative le molte novità introdotte, occorre prendere atto che qualunque riforma, anche la migliore, ha bisogno di tempo per mostrare i propri effetti. Cambiare ad intervalli regolari le regole del gioco non giova a nessuno. L’instabilità politica degli ultimi anni ha favorito una frenesia legislativa, spesso dettata dalla sola necessità di creare consenso politico/elettorale ovvero per assecondare aprioristicamente le proprie convinzioni, senza alcuna valutazione tecnica del contesto di riferimento e senza un’analisi approfondita sulla sostenibilità/opportunità delle stesse. Una classe politica litigiosa e poco lungimerante, unita alla mancanza di veri e propri statisti, hanno contribuito a creare un quadro a dir poco allarmante.

In questo difficile contesto si inserisce il Jobs Act, espressione anglofona per indicare l’ennesima riforma del lavoro. Tralasciando le posizioni di parte, è innegabile che un processo di semplificazione era necessario ed improcastinabile. La nuova disciplina dei licenziamenti, a titolo di esempio, si colloca in questa direzione e nel solco già tracciato dalla riforma Fornero. Aver limitato la tutela reintegratoria, generalizzando quella indennitaria, ha allineato l’Italia agli standard europei. La disciplina previgente la riforma Fornero era troppo garantista. In un’economia globalizzata, un imprenditore deve poter stimare con ragionevole certezza i costi di separazione dal lavoratore. La rigidità dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori era figlia dell’incapacità dello Stato di garantire efficienti misure di politica attiva del lavoro. Non potendo assicurare forme di riqualificazione e ricollocazione rapida nel mercato del lavoro, si è preferito ancorare, il più possibile, il lavoratore al datore di lavoro, scaricando su quest’ultimo il costo/peso dei lavoratori in esubero. Sacrificio, a onor del vero, ben ripagato con “generose” integrazioni salariali, concesse troppo facilmente anche ad aziende per le quali era evidente l’incapacità e l’impossibilità di risollevare le proprie sorti. La nuova disciplina degli ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro è, invece, ispirata al principio del bonus/malus, tanto caro alle assicurazioni. Se da un lato questa logica penalizza le aziende realmente in momentanea difficoltà, attraverso l’aumento del contributo sulle integrazioni concesse, dall’altra dovrebbe scoraggiare o quanto meno limitare l’uso improprio. Gli ultimi provvedimenti adottati dal Governo prevedono una forma di integrazione salariale anche per i datori di lavoro che occupano, mediamente, più di 5 dipendenti – normalmente esclusi per requisiti dimensionali o per settore di appartenenza – mettendo fine all’anomalia della cig in deroga. L’estensione dell’integrazione salariale comporta il finanziamento della stessa attraverso un contributo ordinario ed uno addizionale. Il passaggio da un sistema di “protezione del posto di lavoro”, ad uno di “protezione nel mercato del lavoro”, porta con se l’inevitabile, seppur tardiva, introduzione del principio di condizionalità – in base al quale il sussidio spetta solo se il lavoratore dimostra di attivarsi nella ricerca di un nuovo impiego o nella riqualificazione professionale – e del contratto di ricollocazione che “premia” con un voucher l’operatore pubblico/privato (tra cui anche i delegati della Fondazione Lavoro) che reintroduce il lavoratore nel mercato del lavoro, con evidente risparmio di risorse pubbliche e maggiori entrate fiscali.

Tanto scalpore hanno destato anche le novità in materia di controlli a distanza. Condivido in pieno il pensiero del prof. Ichino : tanto rumore per nulla! La nuova versione dell’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori non fa altro che riscrivere una norma pensata in un tempo in cui gli unici dispositivi elettronici in grado di monitorare i lavoratori erano le telecamere. Da allora, molta “tecnologia” è passata sotto i ponti. Nessun datore di lavoro, negli ultimi 45 anni, ha mai pensato di raggiungere un accordo sindacale o in DTL prima di affidare ai propri lavoratori smartphone, tablet e GPS auto. Il Legislatore, prendendone atto, ha stabilito – dimostrando buon senso – che gli strumenti indispensabili allo svolgimento della prestazione lavorativa sono esentati dalla contrattazione preventiva, fermo restando il rispetto del codice della privacy. A protestare con maggior insistenza sono stati i sindacati, gli stessi che da sempre si oppongono all’attuazione del comma 2, dell’articolo 39 della Costituzione, ma che elargiscono mega compensi ad alcuni dirigenti di categoria, soprattutto in prossimità della pensione. Per chi volesse approfondire le vantaggiose peculiarità della gestione previdenziale dei sindacalisti, consiglio la lettura della scheda pubblicata agli inizi di settembre dall’Istituto di Via Ciro il Grande nell’ambito dell’operazione “INPS a porte aperte”, fortemente voluta dal nuovo presidente Tito Boeri .

Dal 1° gennaio scorso si discute dell’impatto dell’esonero contributivo sui livelli occupazionali. Sarebbe oppurtono che INPS, Ministero del Lavoro e ISTAT coordinassero i loro sforzi per giungere ad un’unico e congiunto report mensile, onde evitare equivoci frutto di metodologie differenti. L’esonero è stato utilizzato, nella prima metà dell’anno, per stabilizzare lavoratori precari (co.co.pro, tempi determinati, false p.iva); entro la fine dell’anno, dovrebbe incentivare la creazione di nuova occupazione. Un fenomeno in gran parte preannunciato dai Consulenti del Lavoro, che ha spinto molte imprese e professionisti a chiedere, a gran voce, l’estensione dell’esonero anche alle assunzioni effettuatte nel 2016. Oltre ad un problema di copertura finanziaria, questa richiesta si scontra con le intenzioni del Governo, sospese tra l’estensione alle sole regioni del Mezzogiorno e la riduzione generalizzata e strutturale del cuneo contributivo. Mentre la prima soluzione potrebbe non avere l’ok dell’Europa perché in contrasto con le norme sulla concorrenza, la seconda pone, a mio avviso, problemi di natura previdenziale. Ridurre l’aliquota di finanziamento IVS del 4% o 5% vuol dire anche ridurre il montante contributivo di chi, già oggi, nutre poche speranze di ricevere una pensione adeguata al proprio standard di vita. Un dilemma che potrebbe convincere l’ex sindaco di Firenze a trovare le risorse necessarie per estendere, a tutti, per un ulteriore anno, l’esonero contributivo.

L’Italia, seppur lentamente, ha ripreso a muoversi anche grazie al Jobs Act. Fermarsi proprio ora, sarebbe un errore imperdonabile.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul bimestrale 05/2015 del Centro Studi ANCL SU Campania “on. V. Mancini”  

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