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Mancata applicazione dei contratti collettivi “leader”: indicazioni dall’INL

La mancata applicazione dei contratti collettivi sottoscritti da organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale pregiudica l’accesso ai benefici normativi e contributivi.

A ribadirlo è una circolare dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) indirizzata agli uffici periferici, ma anche all’INPS e all’INAIL. I datori di lavoro che non applicano contratti collettivi “leader” non possono godere di benefici normativi e contributivi.

Non solo. L’INL ricorda che la contribuzione dovuta all’INPS e all’INAIL va sempre parametrata ai contratti collettivi sottoscritti da organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Ciò vale indipendentemente dal CCNL applicato ai fini retributivi.

In materia di contratti di prossimità (art. 8, DL n. 138/2011 ), quelli sottoscritti da associazioni minori sono del tutto inefficaci. Gli ispettori, in tal caso, dovranno provvedere al recupero contributivo e alle diffide accertative.

Allo stesso modo, la facoltà di integrare la disciplina normativa di numerosi istituti è rimessa esclusivamente ai contratti “leader”. A stabilirlo è l’art. 51 del d.lgs. n. 81/2015 :

salvo diversa previsione, ai fini del presente decreto, per contratti collettivi si intendono i contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e i contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria.

Pensiamo, ad esempio, al contratto di apprendistato, a quello a tempo determinato o a quello intermittente. Laddove il datore di lavoro abbia applicato una disciplina dettata da un contratto collettivo che non è quello stipulato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, gli effetti derogatori o di integrazione della disciplina normativa non possono trovare applicazione.

Una questione di numeri

I contratti collettivi minori promettono, tra l’altro, livelli retributivi più bassi, meno ore di permessi retribuiti e, nella maggior parte dei casi, solo una mensilità aggiuntiva (la 13ma). Questi contratti rappresentano una minaccia perchè realizzano fenomeni di c.d. dumping sociale.

In Italia, secondo i dati CNEL, risultano depositati quasi 870 CCNL per 14 settori produttivi. In questa giungla di contratti, come fare per individuare quelli sottoscritti da organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale?

Un punto di riferimento è l’interpello del Ministero del lavoro n. 27/2015 che identifica i seguenti indici sintomatici:

  • numero complessivo dei lavoratori occupati;
  • numero complessivo delle imprese associate;
  • diffusione territoriale (numero di sedi presenti sul territorio e ambiti settoriali);
  • numero dei contratti collettivi nazionali sottoscritti.

Sul punto, il TAR Lazio (sent. n. 08865/2014), ha evidenziato come l’avverbio “comparativamente” introduca un elemento di confronto tra i predetti parametri, con la conseguenza che la maggiore rappresentatività delle organizzazioni stipulanti accordi collettivi è desunta da una valutazione comparativa degli indici sintomatici di cui sopra.

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