Apprendistato, tirocini, verbale di conciliazione in sede sindacale

Jobs Act: più apprendistato per tutti

Un contratto per l’inserimento e la formazione dei giovani, ma non solo. È passata inosservata, forse perché rubricata nell’articolo “disposizioni finali”, una significativa novità apportata dal D.Lgs. n. 81/2015 alla disciplina del contratto di apprendistato professionalizzante (art. 47). Sono bastate poche righe per estendere anche ai percettori di trattamenti di disoccupazione l’opportunità di essere assunti con un contratto di apprendistato di secondo livello “ai fini della loro qualificazione o riqualificazione professionale”. In verità, non si tratta di una novità assoluta in quanto il D.Lgs. n. 167/2011, meglio noto come testo unico sull’apprendistato, aveva già previsto questa possibilità per coloro che erano in mobilità.
L’estensione a favore di chi percepisce un trattamento di disoccupazione (NASPI, DIS-COLL, ASPI, disoccupazione edile o agricola, ecc.) è apprezzabile e giustificata da almeno due diverse esigenze:

  1. valorizzare e rinvigorire una forma di inserimento/reinserimento al lavoro che – complice l’esonero contributivo 2015 e alcuni equivoci (se non vere e proprie leggende metropolitane) sulla “complessità” dell’onere formativo (in particolare di base e trasversale) – è stata poco apprezzata, compresa e diffusa. Gli ultimi dati ufficiali pubblicati dal Ministero del Lavoro (link) certificano una crisi senza fine dell’unico contratto a carattere formativo previsto nel nostro ordinamento. Nello scorso mese di maggio sono stati attivati 19.728 contratti di apprendistato, il 2,1% del totale delle attivazioni. I primi cinque mesi del 2015, secondo dati INPS (link), registrano una decisa contrazione dei contratti di apprendistato, -19.021 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso;
  2. la consapevolezza che il prossimo anno potrebbe non esserci l’estensione dell’esonero contributivo che molti addetti ai lavori auspicano. Al tal proposito, alla VI edizione del Festival del Lavoro svoltosi nell’incantevole cornice palermitana del Teatro Massimo, fonti autorevoli del Governo, hanno paventato questa possibilità per ragioni non tanto di copertura finanziaria, quanto di mera opportunità. Al vaglio dell’ex sindaco di Firenze e del ministro Poletti c’è l’ipotesi, sostenibile a parer loro, di ridurre di 4 o 5 punti percentuali il cuneo contributivo. Gli esoneri contributivi totali sono considerati dagli esperti del Governo una misura di carattere eccezionale che deve essere limitata nel tempo, per poi lasciare spazio ad interventi strutturali di riduzione del costo contributivo del lavoro.

Non trascurabile, infine, l’utilità che questa “nuova” forma di apprendistato potrà avere nell’ambito del contratto di ricollocazione che, risorse pubbliche permettendo, vedrà tra i protagonisti anche la Fondazione per il Lavoro e i suoi delegati. Quale migliore forma contrattuale, se non l’apprendistato, per favorire il reinserimento nel mercato del lavoro e la riqualificazione professionale di soggetti percettori di indennità di disoccupazione?

Mutuando la disciplina già prevista per i lavoratori in mobilità, è possibile stipulare contratti di apprendistato professionalizzante in deroga agli ordinari limiti di età (18-29 anni e 364 giorni). Al termine del periodo formativo non è prevista la libera recedibilità con preavviso (art. 2118 c.c.), ma trovano applicazione le disposizioni in materia di licenziamenti individuali così come novellate dal D.Lgs. 4 marzo 2015, n. 23 (c.d. tutele crescenti). Riguardo la contribuzione ridotta, in attesa di chiarimenti da parte del Ministero del Lavoro e/o dell’Istituto Previdenziale, dalla lettura della norma, sembra pacifica l’applicazione del regime contributivo oggi previsto per la generalità degli apprendisti e non quello specifico per i lavoratori in mobilità. Infatti, l’art. 47, comma 4 recita: “Per essi trovano applicazione, in deroga alle previsioni di cui all’articolo 42, comma 4, le disposizioni in materia di licenziamenti individuali, nonché, per i lavoratori beneficiari di indennità di mobilità, il regime contributivo agevolato di cui all’articolo 25, comma 9, della legge n. 223 del 1991, e l’incentivo di cui all’articolo o, comma 4, della medesima legge”. Il riferimento ai soli lavoratori in mobilità appare chiaro e lascia poco spazio ad equivoci. È appena il caso di segnalare che l’imminente riforma della disciplina relativa agli ammortizzatori sociali estenderà l’integrazione salariale anche ai lavoratori con contratto di apprendistato professionalizzante. Tale inclusione, implicherà l’applicazione dell’aliquota di finanziamento, sino ad oggi non dovuta. Per espressa previsione normativa, alla nuova contribuzione, non troverà applicazione lo sgravio riconosciuto dalla legge n. 183/2011.

Al momento, lo schema di decreto è al vaglio delle Camere, ma prima della pausa estiva dovrebbe essere definitivamente approvato. Anche questi contratti di apprendistato rientrano a pieno titolo nei limiti numerici individuati al comma 7 (rapporto tra apprendisti e maestranze spcializzate e qualificate) e 8 (percentuali di stabilizzazione per le aziende con almeno 50 dipendenti) dell’articolo 42 del decreto n. 81/2015. Per il resto, è confermata la possibilità di sottoinquadrare il lavoratore fino a due livelli o di percentualizzare la retribuzione in funzione dell’anzianità di servizio, come pure la non computabilità nell’organico aziendale per tutta la durata del periodo formativo. Come già accade per i lavoratori in mobilità, al termine del periodo formativo, in caso di prosecuzione del contratto di lavoro, non vi è l’estensione per un ulteriore anno dei benefici contributivi in materia di previdenza e assistenza sociale (art. 47, comma 7). Infine, trattandosi di un contratto a tempo indeterminato (a termine è solo la parte formativa del contratto), a partire dal periodo d’imposta 2015, troverà piena applicazione la disposizione che prevede la completa deducibilità dalla base imponibile IRAP del costo del lavoro, incluso le quote TFR maturate a partire dal 1° gennaio 2015 e le rivalutazioni del fondo (cfr. circolare Agenzia Entrate n. 22E/2015 ).

Solo il tempo ci dirà se i migliori auspici si trasformeranno in realtà. Il rischio di ripetere il flop dei contratti di apprendistato con lavoratori in mobilità è concreto. Già in altre occassioni, dalle pagine di questa rivista, abbiamo sottolineato come il successo dell’apprendistato sia legato esclusivamente ad un cambio culturale. Fino a quando, nell’immaginario collettivo, la parola apprendistato evocherà – esclusivamente – agevolazioni contributive e normative piuttosto che essere sinonimo di contratto a carattere formativo, gli sforzi del Legislatore saranno puntualmente vanificati e questa tipologia di contratto continuerà ad essere mortificata e messa ai margini del diritto del lavoro.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul bimestrale 04/2015 del Centro Studi ANCL SU Campania “on. V. Mancini”

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