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Amministratore: la rinuncia al compenso deve essere inequivocabile

La rinuncia al compenso da parte dell’amministratore deve essere inequivocabile, soprattutto se tacita.

Il rapporto di lavoro intercorrente tra l’amministratore e la società si presume a titolo oneroso. Con l’accettazione della carica, l’amministratore acquisisce il diritto ad essere compensato per l’attività svolta in esecuzione dell’incarico affidatogli.

Un’eventuale gratuità dell’incarico può derivare unicamente da una apposita previsione da parte dello statuto della società ovvero da una apposita clausola del contratto di amministrazione.

Trattandosi di un diritto disponibile, l’amministratore, una volta instaurato il rapporto,  può rinunciare al compenso spettante, anche per fatti concludenti. Tale facoltà si inquadra nello schema generale della c.d. “remissione del debito” . La rinuncia, quando non è sorretta da scritti o da parole o da altri codici semantici qualificati, deve comunque far emergere una volontà oggettivamente e propriamente incompatibile con quella di mantenere in essere il diritto al compenso. Il semplice comportamento omissivo, dunque, non è sufficiente, anzi è particolarmente ambiguo.

Nel caso analizzato dalla Suprema Corte (ordinanza 3 ottobre 2018, n. 24139 ) un amministratore non aveva richiesto il pagamento del suo compenso né durante lo svolgimento dell’incarico né a seguito delle sue dimissioni. La Corte territoriale aveva assegnato valore di rinuncia a un comportamento meramente omissivo.

Di diverso avviso è la Corte di Cassazione: la mera inerzia ben può esprimere una semplice tolleranza del creditore o anche riflettere una situazione di pura disattenzione. La Corte, quindi, accoglie il ricorso dell’amministratore e rinvia la controversia alla Corte di Appello che, in diversa composizione, giudicherà anche sulla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

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