certificato di malattia, superamento del periodo di comporto

Superamento del periodo di comporto: il licenziamento è nullo se anticipato

Il licenziamento intimato a causa del perdurare delle assenze per malattia del lavoratore, ma prima del superamento del periodo di comporto, è nullo.

Così hanno stabilito le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione (12568/2018 ). Il caso affrontato dagli ermellini riguardava un lavoratore licenziato dal datore di lavoro subito dopo aver inviato un attestato di malattia contenente una prognosi la cui durata determinava il superamento del periodo di comporto. Il datore di lavoro, invece di attendere il concreto superamento del periodo di comporto, ha subito intimato il licenziamento nella convinzione che lo stesso rimanesse sospeso (inefficace) fino a quando non si fosse perfezionato il superamento del periodo di conservazione del posto di lavoro.

Ricordiamo che ai sensi dell’art. 2110 del codice civile:

1. In caso di infortunio, di malattia, di gravidanza o di puerperio, se la legge [o le norme corporative] non stabiliscono forme equivalenti di previdenza o di assistenza, è dovuta al prestatore di lavoro la retribuzione o un’indennità nella misura e per il tempo determinati dalle leggi speciali [dalle norme corporative], dagli usi o secondo equità.

2. Nei casi indicati nel comma precedente, l’imprenditore ha diritto di recedere dal contratto a norma dell’articolo 2118, decorso il periodo stabilito dalla legge [dalle norme corporative], dagli usi o secondo equità.

3. Il periodo di assenza dal lavoro per una delle cause anzidette deve essere computato nell’anzianità di servizio.

La decisione delle Sezione Unite

L’intervento delle Sezioni Unite risolve un vecchio contrasto giurisprudenziale che vedeva contrapposti due diversi orientamenti: da una parte chi riteneva il licenziamento nullo, dall’altra chi sosteneva la tesi del licenziamento valido, ma temporaneamente inefficace.

I Massimi Giudici hanno condiviso il ricorso del lavoratore. Il licenziamento per superamento del periodo di comporto è una fattispecie distinta sia dalla giusta causa che dal giustificato motivo. Inoltre:

ammettere come valido (sebbene momentaneamente inefficace) il licenziamento intimato ancor prima che le assenze del lavoratore abbiano esaurito il periodo massimo di comporto significherebbe consentire un licenziamento che, all’atto della sua intimazione, è ancora sprovvisto di giusta causa o giustificato motivo e non è sussumibile in altra autonoma fattispecie legittimante. Si tratterebbe, dunque, di un licenziamento sostanzialmente acausale (nell’accezione giuslavoristica del termine) disposto al di fuori delle ipotesi residue previste dall’ordinamento (lavoratori in prova, dipendenti domestici, dirigenti, lavoratori ultrasessantenni in possesso dei requisiti per la pensione di vecchiaia).

Inoltre:

l’opzione ermeneutica della mera inefficacia non può suffragarsi neppure adducendo che, ad ogni modo, la fattispecie legittimante il recesso (vale a dire il superamento del periodo di comporto) si potrebbe realizzare successivamente: a ciò è agevole obiettare che i requisiti di validità del negozio vanno valutati al momento in cui viene posto in essere (sulla necessità che i requisiti di validità del licenziamento sussistano al momento in cui esso si perfeziona v. Cass. 7596/03) e non già al momento della produzione degli effetti (salvo il caso, che qui non ricorre, disciplinato dall’art. 1347 cod. civ.).

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