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La conservazione dello stato di disoccupazione dopo il Jobs Act

Tra le varie novità introdotte dai decreti attuativi del Jobs Act , è passata quasi inosservata quella relativa alla mancata conferma dell’istituto della conservazione dello stato di disoccupazione. Per comprendere appieno i termini della questione è opportuno fare un doveroso excursus storico. Prima della riforma dei servizi per l’impiego (dicembre 1997) – fortemente voluta dall’Unione Europea per allineare il sistema italiano a quello europeo – l’intera materia era regolata da due leggi: la prima (Legge n. 264/49), prevedeva la cancellazione dalle liste di collocamento in tutti i casi di avviamento al lavoro; la seconda (Legge n. 56/1987) prevedeva la conservazione dello stato di disoccupazione per chi fosse impiegato in rapporti di lavoro subordinato a tempo determinato di durata non superiore a 4 mesi e per chiunque fosse titolare di un rapporto di lavoro part-time non superiore a 20 ore settimanali, ma in cerca di una migliore occupazione.

La riforma dei servizi per l’impiego a cui si accennava poc’anzi trasferì le competenze in materia di collocamento alle Regioni e portò in dote il D.Lgs. n. 181/2000 che, all’art. 1, comma 2, lettera c), definì “stato di disoccupazione” come “la condizione del soggetto privo di lavoro, che sia immediatamente disponibile allo svolgimento ed alla ricerca di una attività lavorativa…”. Nella sua versione originale, il decreto non prevedeva l’istituto della conservazione dello stato di disoccupazione, ma disciplinava esclusivamente la sospensione “in caso di lavoro subordinato di durata fino a sei mesi” e la perdita dello stato di disoccupazione. L’istituto della conservazione dello stato di disoccupazione fu introdotto solo due anni più tardi per effetto del D.Lgs. n. 297/2002. In virtù di questo aggiornamento, era possibile conservare lo stato di disoccupazione se si svolgeva un’attività lavorativa tale da assicurare un reddito annuale non superiore al reddito minimo personale escluso da imposizione fiscale (euro 8.000 per i rapporti di lavoro subordinati o assimilati; euro 4.800 per i rapporti di lavoro autonomi). Questa novità non fu salutata con grande entusiasmo dal personale dei Centri per l’impiego che, tutto ad un tratto, si trovarono nell’impossibilità di certificare lo stato di disoccupazione a causa della difficoltà di accertare, in corso d’anno, il reddito annuo presunto del disoccupato. Ai CPI non restava che fare affidamento alle dichirazioni del disoccupato che, a sua volta, rischiava concretamente di autocertificare importi errati, con tutte le conseguenze del caso.

La successiva legge Fornero (2012) abolì l’istituto della conservazione dello stato di disoccupazione, lasciando solo quello relativo alla sospensione, ma la novità ebbe vita breve. L’anno successivo, il D.Lgs. n. 76/2013 reintrodusse nuovamente l’istituto della conservazione dello stato di disoccupazione. Il recente decreto di riordino dei servizi per l’impiego (D.Lgs. n. 150/2015 ) conferma la disciplina sulla sospensione dello stato di disoccupazione per chi è impiegato in rapporti di lavoro subordinato di durata fino a sei mesi, ma – nuovamente – non contempla più la conservazione dello stato di disoccupazione.

A complicare ulteriormente il quadro di riferimento, ci ha pensato il decreto sulla NASPI e sulla DIS-COLL che ha previsto il diritto alla “conservazione del trattamento a sostegno del reddito” (seppur in misura ridotta) nel caso in cui il disoccupato sia impiegato in un rapporto di lavoro subordinato o autonomo dal quale derivi un reddito annuo escluso da imposizione fiscale. Questa discrepanza tra la normativa sullo stato di disoccupazione e quella della NASPI o DIS-COLL fa sì che un soggeto privo di NASPI o DIS-COLL perde lo stato di disoccupazione se impiegato in forma subordinata per più di sei mesi ovvero in forma autonoma, ma con un reddito annuo inferiore a quello minimo soggetto ad imposizione fiscale. Di contro, se lo stesso individuo fosse titolare di NASPI o DIS-COLL, pur perdendo lo stato di disoccupazione e pur non potendo chiedere l’assegno di ricollocazione, continuerebbe a percepire il trattamento a sostegno del reddito, seppur in misura ridotta.

La differenza, per il lavoratore, ma anche per la ditta, non è trascurabile. Perdere lo stato di disoccupazione significa essere meno “attraente” agli occhi di un potenziale datore di lavoro. È appena il caso di ricordare che è possibile dar vita ad un tirocinio di inserimento/reinserimento lavorativo solo ed esclusivamente con soggetti inoccupati o disoccupati. È vero che l’attuale esonero contributivo previsto per le assunzioni a tempo indeterminato non richiede, ai fini della fruizione del beneficio, una specifica anzianità di disoccupazione. È altrettanto vero che, dal I gennaio 2015, è stata abrogata l’agevolazione contributiva prevista dall’art. 8, comma 9, della L. 407/90, ma tutto ciò non esclude che, in futuro, possano essere predisposti incentivi all’assunzione limitati ai soli lavoratori con una specifica anzianità di disoccupazione. Anche per candidarsi alle offerte di lavoro delle Pubbliche Amministrazioni per la copertura di posti per i quali è richiesto il solo adempimento dell’obbligo scolastico è utile la conservazione dello stato di disoccupazione (cfr. art. 16 L. n. 56/1987).
Lo scorso 6 novembre il Ministero del Lavoro ha incontrato i rappresentati delle Regioni e delle Province autonome per affrontare la questione. Non si conoscono gli esiti dell’incontro, ma appare quanto mai opportuno la reintroduzione dell’istituto della conservazione dello stato di disoccupazione per chi percepisce un reddito da lavoro autonomo o subordinato inferiore a quello minimo soggetto ad imposizione fiscale.

Per concludere, una breve cenno alla nuova procedura di accertamento dello stato di disoccupazione. Il decreto n. 150/2015 prevede che sia il lavoratore privo di impiego a dichiarare la propria immediata disponibilità al lavoro (DID) ovvero a partecipare ad iniziative di politica attiva concordate con il centro per l’impiego attraverso la registrazione telematica ad un apposito portale nazionale (al momento non disponibile). Per il disoccupato percettore di NASPI, invece, la domanda presentata all’INPS per chiedere l’indennità assolve la stessa funzione. Il disoccupato senza NASPI ha 30 giorni di tempo dalla registrazione per recarsi al CPI, confermare lo stato di disoccupazione e stipulare il patto di servizio. Il disoccupato con NASPI, invece, deve provvedervi entro 15 giorni. Decorsi questi termini, sarà il CPI a contattare il disoccupato (con o senza NASPI). Qualora l’incontro con il CPI non avvenisse entro 60 giorni dalla DID, il disoccupato percettore di NASPI può chiedere all’ANPAL, tramite mail, le credenziali per completare il profiling in via telematica e, dopo quattro mesi di disoccupazione, richiedere anche l’assegno di ricollocazione.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul bimestrale 06/2015 del Centro Studi ANCL SU Campania “on. V. Mancini” 

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