Fondi di solidarietà, sanzioni

Jobs Act: la nuova disciplina dei fondi di solidarietà

Collocandosi nel solco già tracciato dalla riforma Fornero, il Jobs Act innova la disciplina dei fondi di solidarietà ovvero quei fondi introdotti per garantire ai lavoratori una tutela in costanza di rapporto di lavoro anche se occupati presso datori di lavoro normalmente esclusi dalla disciplina della CIG. I fondi di solidarietà sono stati previsti anche con l’intento di superare definitivamente i trattamenti integrativi in deroga che, diversamente dai trattamenti ordinari, sono completamente a carico della fiscalità generale. Rifinanziati di anno in anno in base alle risorse disponibili, i trattamenti in deroga hanno rappresentato un’importante àncora di salvezza per tanti lavoratori che, diversamente, avrebbero rischiato il licenziamento.

La riforma del lavoro  amplia la platea dei soggetti interessati ai fondi di solidarietà. Mentre la disciplina Fornero – comunque applicabile fino al 31 dicembre 2015 – limita il campo di applicazione ai soli datori di lavoro che occupano mediamente oltre quindici dipendenti, quella prevista dal premier Renzi – dal 1° gennaio 2016si estende anche ai datori di lavoro che occupano mediamente più di 5 dipendenti. L’organico aziendale, come precisato dal legislatore, va verificato mensilmente, con riferimento al semestre precedente, conteggiando anche gli apprendisti, ma escludendo i dirigenti.

Il decreto affida alle parti sociali (organizzazioni sindacali e imprenditoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale) il compito di costituire fondi di solidarietà bilaterali che garantiscano ai lavoratori una tutela in costanza di rapporto di lavoro in caso di riduzione o sospensione dell’attività lavorativa per le stesse causali che giustificano il ricorso alla CIGO/CIGS. Per i soli settori dell’artigianato e della somministrazione, caratterizzati da un consolidato sistema di bilateralità, è possibile l’adeguamento dei fondi bilaterali o interprofessionali già esistenti.

L’inerzia delle parti sociali determinerà, a partire dal 1° gennaio 2016, l’automatica adesione al fondo di integrazione salariale. Il contributo di finanziamento, per 2/3 a carico del datore di lavoro e per 1/3 a carico del lavoratore, sarà pari allo 0,45% dell’imponibile previdenziale se il datore di lavoro occupa mediamente fino a 15 dipendenti ovvero 0,65% se ne occupa un numero maggiore. L’utilizzo delle prestazioni del fondo comporterà il pagamento di un contributo addizionale, esclusivamente a carico del datore di lavoro, pari al 3% della retribuzione persa se il datore di lavoro occupa fino a 15 dipendenti ovvero del 4% se ne occupa oltre 15.

Due sono le prestazioni previste dal fondo di integrazione salariale:

  • l’assegno ordinario;
  • l’assegno di solidarietà.

L’assegno ordinario è previsto per le stesse causali che giustificano il ricorso all’integrazione salariale per i datori di lavoro che rientrano nel campo di applicazione della CIGO (eccezion fatta per le intemperie stagionali) e della CIGS (ma limitatamente alla riorganizzazione e crisi aziendale). L’importo spettante non può essere inferiore all’integrazione salariale “tradizionale” e la durata massima del trattamento è pari a 26 settimane in un biennio mobile. L’assegno ordinario spetta solo ai lavoratori occupati presso datori di lavoro che occupano mediamente più di 15 dipendenti.

L’assegno di solidarietà, invece, è riconosciuto in favore dei dipendenti di datori di lavoro che stipulano accordi per la riduzione dell’orario di lavoro al fine di evitare o ridurre le eccedenze di personale e, di conseguenza, i licenziamenti. L’assegno è corrisposto per un periodo massimo di 12 mesi in un biennio mobile. La riduzione dell’orario di lavoro è soggetta a due limitazioni: mediamente non può eccedere il 60% dell’orario di lavoro dei lavoratori interessati, singolarmente non può superare il 70%.

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